Storytelling: che cos’è? Case study: Fondazione Banfi

Le storie accadono solo a chi sa raccontarle: lo diceva Paul Auster e oggi, nella “società liquida” in cui l’informazione straborda, la capacità di fare storytelling continua ad essere non solo una necessità, ma uno strumento.

Non è mai esistito, in alcun luogo, un popolo senza racconti e, il narratore, è ancora chi compie un atto di coraggio, decidendo di trasformare quella che è una pratica diffusa della vita di ogni giorno in una esperienza comune, empatica, in grado di legare chi racconta e chi ascolta all’interno del medesimo universo.

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Esplode così il successo dello “storytelling” che, inflazionato nell’utilizzo ma dall’ineccepibile valore semantico, si riferisce all’antica arte di “raccontare storie”. Ma, nella complessa contemporaneità, che cosa significa raccontare storie? E, soprattutto, farlo all’interno di un mercato in evoluzione?

La prima risposta scaturisce da quella che si propone come una prima definizione di storytelling: “dispositivo di captazione delle attenzioni per mezzo della tensione narrativa”. Saper raccontare è essere in grado di catalizzare l’attenzione, fidelizzando il pubblico e guidandolo all’ascolto grazie all’ausilio degli ingranaggi narrativi.

Il fascino insito al carattere fabulatorio dello storytelling è la carta vincente per cui “non è importante quello che sai ma come lo racconti”: una buona storia crea immediatamente una relazione sinergica, fa sì che l’interazione e lo scambio che il racconto instaura possa mutare la percezione della società, attivando la creazione di immagini autentiche che, in virtù della loro verità e vicinanza emotiva, colpiscono l’apparato cognitivo del soggetto immerso nella narrazione.  Il legame di fiducia tra chi racconta e chi si lascia coinvolgere è il perno da cui si sviluppa un comune sentimento di percepire lo “spirito del tempo”: raccontare un prodotto è individuare l’utopia che lo descrive e concretizzarla, attribuirle parole, immagini, suoni.

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Storytelling e brand value: binomio vincente

Il consumatore, più attento ed esigente, diventa prosumer; il consumo diventa narrativo e i mercati una rete di conversazione: la comunicazione vincente di un’impresa si presenta come il racconto del proprio territorio valoriale  e dell’accurata combinazione di emozioni, sentimenti e suggestioni che i beni e i servizi di quel venditore scaturiscono e lo differenziano positivamente dai suoi concorrenti.

Come la comunicazione, anche il marketing cambia pelle: non basta più informare, comunicare, coinvolgere, ma diventa necessario narrare perché i processi di comunicazione e di condivisione del valore economico, sociale e politico non sono più dominati solo dalla prestazione operativa che poteva essere oggettivamente comunicata.

Consumiamo per essere qualcosa e qualcuno, per esprimere parti delle nostre identità frammentate e pervase dall’incertezza:  la marca diventa non solo un valore identificativo, ma connotativo e differenziante. Laddove la marca si propone come un macro-cosmo valoriale e personale, i prodotti diventano naturalmente delle mirco-narrazioni in grado di posizionarsi concretamente sul mercato e nella mente degli stakeholder.

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Fondazione Banfi: case study di eccellenza

La Ricerca dell’Eccellenza è la mission che la Fondazione Banfi racconta attraverso ogni ramo comunicativo delle sue profonde radici: nata con l’obiettivo di promuovere e diffondere la filosofia e la cultura legate al mondo del vino e del Sangiovese in particolare, La Fondazione  promuove a livello nazionale ed internazionale, lo studio, la ricerca e la divulgazione della cultura e delle pratiche viticole ed enologiche dall’antichità ai nostri giorni. Come? Raccontando non solo il mondo del vino, ma “il sentimento autentico di amore per la ricerca, la sperimentazione, il sapere e il patrimonio storico e narrativo del territorio toscano”.

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https://fondazionebanfi.it/it/

La prima edizione della Winter School Sanguis Jovis – “La storia del Sangiovese nell’era digitale”, oltre ad aver rappresentato una opportunità di alta formazione per gli interessati al topic, si è proposto come effettivo e strategico strumento di racconto: mettendo a disposizione spazi e competenze, ha fatto sì che un evento tangibile raccontasse concretamente la componente intangibile del complesso universo enologico e illustrasse, allo stesso tempo, le variabili di gestione aziendale indispensabili a preservarla.

L’enologo del futuro è scienziato, manager e comunicatore: è nell’allargamento dello spettro di competenze di professioni specifiche che lo storytelling trova collocazione. 

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Ma come si racconta un prodotto complesso come il vino e, soprattutto, come intercettare e sedurre il suo “mercato del compratore”?

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Fare marketing del vino ed essere bravi a raccontarlo significa investire sul valore: la storia del vino è la storia del suo valore. Se l’applicazione del marketing ci insegna che quello che conta è la percezione, il valore del vino si muove su una percezione duale su cui il wine storytelling deve basarsi: il valore funzionale (product concept), che si muove sul terreno dell’efficienza/razionalità e il valore simbolico (brand/price), afferente al territorio dei desideri.

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Fonte: Alberto Mattiacci, Direttore Sanguis Jovis, “Dal marketing allo storytelling”

Il wine storytelling estrae contenuti dal product concept, selezionandone quelli di valore per il consumatore, e immagina un territorio narrativo di riferimento, capace di connettere sul piano emotivo e simbolico.

Instaurato l’universo narrativo, lo step successivo riguarda la sua veicolazione: a chi parlo è come parlo? Se ieri il mondo del vino parlava a se stesso, oggi sempre di più media, piattaforme e iniziative diversificate si rivolgono a bacini più ampi in cui l’unica regola è creare una relazione affettiva, di valore.

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Fonte: Sara Milia, Account Manager di IM*MEDIA

 

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Fonte: Sara Milia, Account Manager di IM*MEDIA

Tale cambiamento di visione ha ampliato le opportunità di comunicazione e di relazione con il target, miranti a sanare la distanza percettiva e affettiva tra brand identity (l’immagine che l’azienda vuole dare di sé) e brand image (l’immagine effettivamente percepita dal pubblico).

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Le parole d’ordine del branding, oggi, passano attraverso il concetto di storytelling: esperienza, touchpoint, digital e customer journey vanno di pari passo agli obiettivi di “memorabilità e straordinarietà”. D’altronde, “anche se molti di noi si ritengono essere creature pensanti con dei sentimenti, biologicamente siamo creature sentimentali che pensano”: si vendono storie, non prodotti.

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Fonte: https://www.onespot.com

GDPR non ti temo!

GDPR

L’ora “x” si sta avvicinando.

Se stai pensando alla prova costume, sei fuori strada.

Stiamo infatti parlando del GDPR che dal 25 Maggio entrerà in vigore e, stavolta, nessuno potrà tirarsi indietro.

Niente paura però! In questo articolo ti spieghiamo tutto ciò che c’è da sapere del Regolamento generale sulla protezione dei dati personali (General Data Protection Regulation).

Cos’è veramente il GDPR?

E’ un regolamento europeo che ha lo scopo di rafforzare e creare maggiore omogeneità nel trattamento dei dati personali. In questi rientrano tutte le informazioni riguardanti la sfera privata, pubblica o professionale. Dai codici bancari alle cartelle mediche, fino alla semplice foto postata su Instagram.

Ogni volta che un’organizzazione pubblica o privata accederà ai tuoi dati sensibili, sarà sempre obbligata a specificarne l’utilizzo e dovrà ricevere un’autorizzazione esplicita per poterli utilizzare.

Gli obiettivi del GDPR sono:

  • restituire ai cittadini europei il controllo dei propri dati;
  • semplificare il contesto normativo degli affari internazionali.

Per essere più precisi, non solo sarà prerogativa degli Stati europei adattarsi alle nuove normative, ma l’obbligo si estenderà oltre i confini del Vecchio Continente nel momento in cui i dati provengano dai cittadini comunitari.

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GDPR e i social

Avrai sicuramente sentito parlare del caso Cambrige Analytica.

Da quando il primo social network al mondo è stato accusato di aver utilizzato i dati degli elettori americani per influenzarne il voto nelle ultime elezioni, l’attenzione sul GDPR, e verso la sua imminente applicazione, si è quadruplicata.

Possiamo utilizzare proprio Facebook per capire meglio cosa cambierà sul social che utilizziamo tutti i giorni.

D’ora in poi il caro vecchio Mark dovrà comunicarti esattamente i motivi e le modalità con le quali intende utilizzare le informazioni che hai inserito su Facebook (e di conseguenza anche su Instagram).

Le nuove policy introdotte mettono in chiaro che l’unico proprietario dei tuoi sei tu. Hai quindi la possibilità di scegliere quali condividere e con chi. Inoltre hai la possibilità di eliminare qualsiasi cosa tu abbia pubblicato precedentemente (le foto ubriaco alla festa dei tuoi 18 anni per esempio) esigendo la cancellazione definitiva dai server di Facebook.

Cosa c’è di nuovo?

Il GDPR definisce con chiarezza tre punti fondamentali:

  • Il primo è il diritto all’oblio: l’utente ha il diritto a ritirare il consenso al trattamento dei dati personali che implicherà la cancellazione, da parte delle organizzazioni, di tutti i dati archiviati;
  • il secondo è il diritto alla portabilità dei dati: l’interessato ha la facoltà di trasferire i dati “ceduti” ad un titolare del consenso verso un altro;
  • Infine c’è il diritto di accesso: vengono introdotti i registri delle attività di trattamento. All’utente dovranno essere chiare le finalità per le quali i dati vengono raccolti, le categorie di questi e le misure di sicurezza che vengono adottate per proteggerli.

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E chi non si adegua?

Le sanzioni che riguardano l’inadempimento sono molto dure. Quando questo avviene si procede con una prima ammonizione scritta. Dopodiché il regolamento stabilisce accertamenti periodici e regolari.

Nei casi in cui l’inadempiente continuasse nell’illecito, l’Art. 83 del GDPR prevede multe di 10 milioni di euro o fino al 2% del fatturato totale globale annuo quando:

  • vi siano violazioni delle condizioni al  consenso dei minori;
  • nel caso di violazioni nel trattamento dei dati personali dell’interessato;
  • mancata o errata comunicazione di un data breach al Garante (par. 4).

L’articolo inoltre prevede sanzioni di 20 milioni di euro o fino al 4% del fatturato annuo in casi ancora più gravi come:

  • l’inosservanza di un ordine o una limitazione da parte dell’Autorità Nazionale competente;
  • un trasferimento illecito dei dati ad un Paese terzo (par. 5-6).

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Cosa fare?

Nel GDPR si parla di responsabilizzazione (accountability) da parte dei titolari del trattamento dei dati e non solo del diritto alla privacy.

Questo nuovo concetto stravolge completamente il mondo del web abituato ad altri modelli; a volte privi di vere e proprie regole vincolanti. Ora è chiaro che gli utenti hanno la facoltà di decidere chi potrà utilizzare i dati e come farlo. Per questo motivo, se utilizzi di altre persone, sarà importante aggiornare velocemente la tua normativa sulla privacy.

Ti lasciamo con un elenco di cose che dovrai fare prima del 25 Maggio:

  • fai un’accurata raccolta  e analisi delle informazioni in tuo possesso;
  • crea un registro delle attività di trattamento svolte sotto la responsabilità del titolare;
  • aggiorna e completa tutta la documentazione;
  • definisci le politiche di sicurezza e la valutazione dei rischi;
  • assicurati di aver adottato tutte le procedure idonee per scoprire eventuali violazioni;
  • valuta gli aspetti relativi alla protezione dei dati prima che questi vengano trattati.

Ora che sai tutto puoi alzarti dalla sedia ed esclamare con soddisfazione:

GDPR non ti temo!